Meri Meri Wili Wili

Giuro, l’avevo scritto.
Mi ero anche impegnato tanto, sapete? Ma non avevo mai modo di concluderlo e revisionarlo. Non dico che in Cina non ci sia stato un attimo di tempo libero, anzi: si cazzeggiava parecchio, ma lo si faceva in compagnia, in gruppi grandi. Quindi non sarebbe stato molto educato mettersi davanti allo schermo del cellulare per fare le proprie cose. Quelle volte che ero solo e mi mettevo a scrivere, dieci minuti dopo qualcuno proponeva di fare un giro, andare a mangiare o qualsiasi altra importante attività.
Poco alla volta, pezzo per pezzo, l’avevo finito. Mi sentivo già in colpa ad aver lasciato questo blog a fare polvere informatica, se non avessi concluso almeno di raccontare delle avventure di Kundu sarebbe stato un colpo basso alla mia già bassa voglia di fare.

Raga’, cosa devo dirvi? M’hanno rubato il cellulare. Dentro c’era la bozza mai pubblicata seconda parte della storia… Via, volatilizzatasi nel giro di un attimo, assieme ai ricordi della Cina, tutti prontamente salvati nel callulare. Backup? Macché, non so nemmeno come si scriva quella parola, vi pare che faccia quelle sconcerie? Non sono il tipo. Preferisco rimanerci male ogni volta che perdo un cellulare, e poi prendermi bene convincendomi che gli esseri umani non hanno bisogno di questi futili beni materiali come ‘sti cazzo di smartfòn, che ci rendono miseri schiavi inconsapevoli e sempre più alienati dalla vita…

Poi ripenso a tutte le memorie, le foto, i messaggi, le persone, i posti. Attimi che non torneranno mai più. I ricordi mi servivano a non lasciare andare quei momenti, a sapere anche a distanza di anni che quella cosa, in quel preciso istante era successa con quelle esatte persone, e che è stato un momento di gioia, o dolore, o qualcosa nel mezzo.

Aspe’: sono sicuro di volerli ‘sti ricordi? Se ci penso bene, è già dura portarsi tutti i momenti che sono nel mio cervello. Tra un anno ci ripenserò, e mi verrà nostalgia, e passerò giornate a riflettere su quanto stessi bene lì, di quanto quei momenti siano ormai impossibili da ripetere… E poi? E poi tra cinque anni ripenserò all’anno prossimo, quando avrò pensato all’anno in Cina (dove ripensavo a Milano con nostalgia). No dai, se vado avanti così finisce che avrò dei ricordi del cazzo fino a 90 anni. Balza. Dimentico tutto. Quel che è nella mia mente sta bene dove sta, quello che non ricordo più tanto vale buttarlo nell’indifferenziata dei ricordi.

Mia mamma mi ha detto: I ricordi non si sa mai se sono qualcosa che hai, o qualcosa che non hai più.

Mi ha fatto riflettere per qualche minuto. Poi me ne sono dimenticato.

-Dolu

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Ma che ore sono da te???

Kunming è considerata una città “piccola”, con solo 7 milioni di abitanti. Eppure, in questo piccolo paesello dalle poche anime, esiste un posto, un quartiere piccino, famoso dappertutto per le sue unicità e peculiarità: questo posto si chiama Kundu (昆都).

La prima volta che sentimmo parlare di questo posto, io, Fab e Seb stavamo sorseggiando tranquillamente una birra/urina cinese in un bar vicino a casa. In mezzo al chiacchericcio e alla cappa di fumo prodotta dalle sigarette accese all’interno del locale, apparvero la figura e la voce di Esteban, un nostro amico che in idioma internazionale ci propose celermente: “Du iu gais uonna go tu Kundu?” (a rega’, che, ce famo un giro a Kundu?). Noi tre ci scambiammo un’occhiata, con uno sguardo concordammo la risposta: “prima chiediamo cos’è, poi ci andiamo comunque, qualsiasi cosa sia. Tanto dobbiamo vivere in questa città per un anno, scopriamo almeno un po’ di luoghi nuovi.” 
Alla domanda di spiegazione, Esteban rispose:”È ‘sto quartiere ar centro d’a città, ce stanno ‘n botto de locali e ‘n botto de gente.” 

Be’ dai, ci sta. Diamo una scians alla proposta. Concordiamo di stare 20 minuti qui, ci spostiamo verso il bar affianco per vedere chi vuole venire con noi e poi migriamo in massa verso Kundu.

La seconda volta che sentimmo parlare di Kundu, fu nel bar affianco.
“Ma che, mica volete andare a Kundu?! Siete fuori come delle mine! Non andate mai, mai, MAI a Kundu.” Dice in internazionalese Malika.
Rimanemmo perplessi. Due persone amiche tra di loro ci dicono due cose diametralmente opposte riguardo Kundu. Chiedemmo spiegazioni. “La gente ci schiatta a Kundu! Balzate raga, non è La Mossa”

A queste parole, noi, persone dotate di buon senso, venimmo toccati contemporaneamente da un pensiero; decidiamo di evitare il posto, preferiamo non ricevere una coltellata nello stomaco o altri danni causati da colluttazioni a mano armata.

Tuttavia, cinque minuti dopo ci rendemmo conto che non siamo persone dotate di buon senso: siamo venuti in Cina per un anno senza aver conseguito nemmeno una delle tre lauree, requisito minimo per trovare un lavoro ad oggi. Quindi decidemmo di andare a Kundu in ogni caso, sprovvisti di laurea e voglia di andare a dormire.

(Ma che ore sono da te??? 1/2)

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包子 for brecfast

Strade enormi, traffico più bloccato del mio intestino, puzza di aglio, gente che per strada sputa blocchi di catarro grossi quanto un pugno di Gianni Morandi. Impossibile sbagliarsi: sono tornato in Cina.

Che poi, dire “Cina” è un po’ generico, sai, questo paese è tipo enormissimo; mi spiace deludere tutti gli esperti sinologi che mi hanno chiesto: “Ma vai a Pechino o a Shanghai?”, ma ci sono un altro paio di città oltre a quelle. Ve ne dico una a caso, per farvi capire: Kunming, nella regione dello Yunnan. È in mezzo alle montagne vicino al confine con il Vietnam, la Tailandia, l’India e quei paesi lì. È su altopiano molto in alto e sorprendentemente piano. Qui la chiamano “Città dell’eterna primavera”, io la chiamo “la Asiago della Cina”. È qui che starò per 10 mesi a studiare cinese assieme a Sebastian e Fabio. Ste e Nano sono rimasti a casa perché c’hanno altri sbatti, tipo fare i seri all’università.

Beh, ” studiare cinese” è grosso da dire, diciamo che starò qui a sentire la gente dire tutto il tempo “cinciuncian” sperando di capire qualcosa prima o poi. È così che si studiano le lingue. Fidatevi: o fatto cosi per dici otto anni e so litaliano benissimo ora.

Ora ho un nuovo nome cinese. Sebastian ha optato per un banale 铁狼-ovvero “lupo di ferro”-, e a Fabio hanno appioppato 小龙 -piccolo drago-. Io invece ho scelto Lo Stile.
Se prima mi chiamavo 路德(virtù-strada) ora ho un nome molto più ganzo: 骡帝, ovvero IMPERATORE MULO. Veneratemi come tale.

Ho ancora due giorni prima dell’inizio dei corsi per abituarmi alla big siti laif e a questa bella inflessione dialettale dello Yunnan, che fa in modo che tutti i cazziatoni della professoressa Hao sul fatto che “noi no sa i toni ” diventino parole al vento. Non che sarebbe cambiato qualcosa se fossi andato a Pechino. I toni non li saprei comunque

Qualcuno potrebbe giustamente chiedersi: ” ma dopo 5 anni non ti sei rotto le palle del cinese?”

… No.

-Ludo

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È sempre sabato

Questo post l’avrei dovuto scrivere in occasione della festa di compleanno di Nano, per fargli una sorpresa, sapete… Ma né io né Ste ci ricordavamo la passuord del profilo (e anche la i-meil affiliata, scoprimmo poi).  Avevamo anche ingaggiato una spia per accedere ai dati segreti di Nano (che sarebbero i messaggi della ciat di uozzapp di noi tre) dove eravamo sicuri fossero contenuti i dati per accedere; anche io e Ste avevamo quelle informazioni sui nostri dispositivi, ma abbiamo cancellato i dati per fare spazio alla nuova versione di Candy Crasc’; capiteci: abbiamo delle priorità…
Stà di fatto che questa spia è così segreta che poi non ci ha detto più nulla, e ce la siamo dovuta cavare con la reminescenza e un paio di hachers della polizia postale, ma si sa: la polizia in italia fa indagini lentissime e ormai era troppo tardi, Ste sosteneva che avremmo dovuto scrivere per un’altra occasione importante (e la prossima sarebbe stata il suo compleanno), ma io ho deciso di fare un sorpresello a tutti e due scrivendo in un momento qualunque; quindi eccoci.
Questo è l’anno dei diciotto, l’anno dove sei un bimbo grande, l’anno della quinta; eppure sembra cambiato qualcosa? No. Noi tre siamo ancora dei babbi, nel senso di “babbei”, non babbi tipo che siamo genitori, tranne un po’ Nano che quando ci rimprovera sembra mia mamma che assilla se non mi pettino alla mattina. A parte questo siamo sempre noi tre, è passato un anno ma la scuola, la sua puzza, i suoi prof, i compagni e la noia non sono cambiati, semplicemente quest’anno c’è da fare i maturandi e da seguire le lezioni seriamente, soprattutto il sabato fino alle 14:05; eh sì, perché quest’anno qualcuno si è detto: “c’a dai, quest’anno ho proprio voglia di far soffrire i ragazzi, che magari riusciamo a battere il prestigioso bestemmies world record, quindi quest’anno faccio fare sette moduli il sabato”
Hanno detto proprio così, la nostra spia di prima ce lo ha confermato.
Ebbene questo mi sembra un’ottimo regalo per il diciottesimo anno di Nano, buon sabato zi’.

-Ludo

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Grazie miiille!

Dovete sapere che a prima vista può sembrare che Ste abbia dei lineamenti nord-africani, e su questo l’abbiamo menata per tutta la settimana prima di tornare; in più tiene sempre al collo una collanina a forma di cammello dorato (o dromedario, sono simili, occhei?). L’ultima sera, alla classica serata tutti ammassati in una stanza, abbiamo ospitato una ragazza ucraina; al classico giro di nomi, appena sentito: “I’m Stefano”, una dei nostri ha inventato di sana pianta una storia sul fatto che Ste fosse arabo e che allevasse cammelli, che ci sono due tipi di cammelli per il diverso utilizzo che ne vuoi fare: dorati e marroni; Ste era specializzato nell’allevamento di cammelli dorati che utilizzava per cucinare kebab. Golden Camel.

In aeroporto io e Nano abbiamo fatto una discussione interminabile perché gli avevano lasciato passare il dentifricio in aeroporto, immaginandoci che potesse scoppiare in qualsiasi momento. Dentifricio esplosivo.

Uno dei mille tormentoni delle tre settimane è stata la fantastica hit del cantautore Bello FiGo, dove ci parla dei suoi drammi personali e della sua visione del mondo e della morte nella canzone “Pasta Con Tonno”; è molto profonda e può provocare lacrime, ma se potete andate ad ascoltarla. Parallelamente, in Cina, la hit del momento era “Xiao Pingguor”, che vuol dire “piccola mela”; molto interessante, ascoltate anche quella. Da uno spaccato della realtà davvero realistico.

E così abbiamo quasi finito la spiegazione dei titoli, ne mancano due:

Ting xie: ogni MALEDETTISSIMO giorno la professoressa dell’università ci dava da fare dei dettati per testare le nostre schills sulle cose studiate il giorno prima. In cinese “dettato” si dice “tingxie”. Infine un altro tormentone è stato quello di un famoso telecronista delle partite di calcio che non dice quasi mai nulla ed approva quello che dice il compagno con un: “Giusto Fabio”

Credo sia tutto

-Ludo

parte 4 di 4

P.S. “Grazie miiille” è un altro tormentone attaccatoci da “quelli del Cairoli”

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-Giustofabio-

Tornando dalla Torre della Televisione di Tianjin abbiamo optato per il mezzo più sicuro e più veloce per tornare all’università: i piedi; passando per il parco affianco allo zoo ci siamo fermati un secondo. Erano le 18 e qualcosa e il sole stava scendendo… dietro ad un laghetto dove si affacciava una piccola torre in stile molto asiatico e questo ci pareva una veduta fantastica, forse per il tramonto, forse per il laghetto, o forse per il fatto che il sole, nella grande città di Tianjin, non lo vedevamo da giorni a causa della eccessiva limpidità del cielo (che poi Tianjin vuol dire Guado del Cielo, ma se non ci vedo come faccio a “guadare” il cielo? Spero proprio che non vi faccia ridere…). Da qui il titolo: “tramonti cinesi”

I Nudols in scatola sono invece quei nudols che vendono in grossi barattoli, che dopo essere aperti vanno riempiti con acqua bollita e condimenti. Noi abbiamo provato ad assaggiarli, ma la salsa piccante non copriva abbastanza il gusto di catrame e non sono andati molto di moda, o almeno da noi; tra “quelli di Pavia” una ragazza li ha mangiati per tre sere di fila perché forse era l’unica cosa che le piacesse e non è stata benissimo i giorni successivi…

Un pomeriggio stavamo andando a scuola per il corso di calligrafia (o calligarphy, in sleng tienjinese, quindi, per dare giustizia agli usi del luogo, d’ora in poi la chiameremo calligarfìa) ed un acquazzone di quelli peso ci è arrivato addosso a metà percorso: troppo in là per tornare indietro e troppo in qua per non imbrattarsi; avevamo gli ombrelli, ma la pioggia cinese, evidentemente se ne è sbattuta e ci ha bagnati comunque. Alla fine della lezione puzzavamo di cane bagnato con orina di cammello… O meglio: di Golden Camel (momento saspens che verrà soddisfatto nel prossimo articolo). Per questo abbiamo scritto l’articolo “ci son due coccodrilli”

Per quanto riguarda il titolo “col Kaoshi che vengo” bisogna sapere che nelle ultime due settimane, il nostro compagno Andrea ha cominciato a fare battute estremamente squallide che hanno però influenzato un po’ tutti, compreso me, che al giorno prima dell’esame (in cinese: kaoshi), dato che eravamo abbastanza stravolti, ho detto: “Andre’, se domani sto male col kaoshi che vengo”.

-Ludo

Parte 3 di 4

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Post senza senso

Cominciavo a pensare che questo Blog ormai fosse andato letteralmente in Cina (sì, “quel paese” in realtà è la Cina) e invece no. DAM DAM DAAAAM!!!!
Ho visto gli ultimi due post e ho deciso di scriverne uno anch’io che, come ben capirete dal titolo, è completamente senza senso.
Appena tornato dalla Cina avevo giurato a me stesso che non avrei più mangiato cinese fino alla mia prossima partenza. AHAHAHAHAHAAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHA BELLA BATTUTA CORRA!!!
Ho ricevuto infatti una chiamata dal prof. Li che mi dice: “Mattia, tu e tua familia volete venile maltedì sela a mangiale cinese??”
Era un’offerta che non potevo rifiutare.
Avendo lo stomaco abituato non ho avuto laduzi o robbe varie.
Pian piano ci si riabitua al cibo e alle abitudini italiane ma tanto non mi serve a niente perché tra meno di un mese devo tornare in Cina (di nuovo…)

– Corra

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TingXie (听写)

State ancora saltellando? Ebbravi!
Allora: il secondo dei titoli apparentememte senza senso è “Cappellini colorati”. Come tutti gli altri titoli, un senso più o meno sensato ce l’ha pure lui: davanti al Palazzo d’Estate, a Beijing, vendevano dei cappellini di carta super colorati, molto kawaii (carini, è giapponese credo) e il prof Cadelli ha avuto l’idea di regalarli a tutti per fare la foto di gruppo sulla muraglia il giorno dopo. Eravamo tutti presi benissimo per il regalino ma, come sempre, qualcuno se l’è dimenticato in hotel o sul pullman.
Il prossimo titolo non credo abbia bisogno di spiegazioni, ma se per qualche strano motivo non lo avete capito, “Non sei un vero uomo se non sai scendere dalla Grande Muraglia”, è un chiaro riferimento alla stupidità di chi si è perso sulla Muraglia. Ah già, c’ero anch’io….
“Ravioli a colazione”: tutti conoscono la colazione inglese, quella tedesca e quella milanese (forse questa no eh), ma forse non tutti conoscono quella cinese. Bene, la colazione cinese è un pranzo aperto dalle 7 alle 9 di mattina. Si trova tutto quello che si trova a pranzo, e anche qualcosa di più, tipo delle specie di focaccine schifose e i baozi ripieni di qualcosa di dolce. Io non ho mai fatto colazione in mensa, ma mi hanno detto che non mi sono perso niente, e io mi fido delle persone quando si parla di cibo cinese.
Dalla regia mi dicono che ho ancora tempo per un titolo, quindi passiamo a “Molokova”: un bel giorno, ci siamo ammalati tutti per colpa dell’aria condizionata a 18 gradi sull’autobus, manco fossimo nella vasca dei pinguini dello Zoo di Tianjin, quello di cui abbiamo sbagliato ingresso (ci tengo a sottolineare per colpa della tassista). Ah già, non c’erano pinguini allo Zoo… Comunque, una ragazza in particolare ha risentito del clima artico del bus e le è venuta una voce leggermente mascolina, ma poco poco eh. Allora, con la nostra solita cattiveria, le abbiamo fatto dire una frase con l’accento russo e la voce da uoma. Nella frase c’era la parola “molotova” (quella cosa che esplode) e lei, in un momento di emozione per il folto pubblico che era li solo per lei, ha storpiato la parola dicendo, appunto, “molokova”.
-Nano

Parte 2 di 4

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Xiao PinguoR

Ad allietarvi la giornata, oggi un altro post per cercare di rispondere ad una domanda che vi sarete posti, o forse no; in tal caso, per punizione, saltate sul posto tre volte e fate una giravolta.

Fatto? Ah no, non ho ancora detto quale fosse la domanda: “ma ‘sti titoli, che gabibbo di senso c’hanno?” Ebbene l’idea e arrivata a me e Nano mentre scrivevamo un articolo. Dato il nostro elevato grado d’attenzione in ciò che facciamo, i nostri occhi si sono posati sul pacchetto di quelli che possiamo definire “cuchis cinesi” : sono dei semplici biscotti americani ma fatti in Cina, sembra vadano di moda. Se non sapete cosa siano i biscotti americani: avete presente quei biscotti con la forma di biscotto ed il gusto di biscotto che non sono altro che maledettissimi biscotti ma dato che ci hanno messo dentro le chocolate chips anziche le gocce di cioccolato sono estremamente piu buone -e si: chocolate chip vuol dire GOCCIA DI CIOCCOLATO-.

Su questo pacchetto, ovviamente non poteva mancare la mascotte: un fantastico cuchi che parla. Ma assieme al simpatico e tondeggiante amico troviamo anche una donna che sta chiaramente suonando una chitarra affianco ad un microfono e la scritta a caratteri cubitali “vinci un biglietto per un concerto o robba simile”… Sapevamo leggere un terzo dei caratteri scritti, ma la prof. E. ci ha sempre insegnato a tradurre le cose rispetto alla circostanza e che la traduzione letterale non è mai adatta per la lingua cinese; ci pare quindi giusto che dopo ogni frase si indichi la relativita del nostro talento da traduttori aggiungendo un ” o robba simile”.

E qui e partita la discussione tra me e Nano: chi canta sul pacchetto dei biscotti? La donna o il cuchi? La sfida e ancora aperta, anche se sappiamo tutti e due che e la donna a cantare, vero Nano?

Da qui abbiamo deciso di scrivere titoli inerenti alla vacanza e poco correlati al post, per creare un po’ di sana saspens, come in Starschi e Hacc’ quando stavano per prendere il cattivo.
-Ludo

parte 1 di 4

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Pasta con tonno

Cosa dire? Italia; questa parola ora la dico con la bocca un po’ impastata con l’amarezza e la poca saliva risparmiata da tutto quel peperoncino che mangiavo fino a pochi giorni fa dall’altra parte del mondo. Quella che chiamo “casa” e quella che chiamo “famiglia” sono qui, fedeli a loro stesse ed immutate. Potrei dire che non vedevo l’ora di tornare, che ero felice di trovare la mia casa, la mia famiglia, la mia stanza… Ma mia sorella, che ha una stanza tutta sua ha deciso di alloggiare per qualche giorno nella mia prima di andarsene in vacanza perché: “camera mia era sfatta e quindi era più semplice utilizzare la tua”, ed ha lasciato le sue carabattole da me rompendo il momento nostalgia alla “we’re on the way home”. No ma fai pure eh?

Ovviamente scherzo. Il punto è che non posso dire che mi sia mancata la monotonia di questo borgo, figlio imperatore della Longobarda Terra (minchia raga, c’ho il poeta insaid). In Cina ho incontrato gente fantastica, ho riscoperto persone che davo ormai per scontate, ho rivalutato caratteri che non mi aspettavo di incontrare, e poi vabbe’ c’erano Nano Ste e Corra: compagni di viaggio d’annata, amici di sventura da tre anni e ancora troppo idioti per non urlare “laduzi” in autobus, dove laduzi vuol dire diarrea (noi quattro, non loro tre).

La Cina è un posto troppo grande per non tornarci ancora una, due, millanta volte, soprattutto per noi che studiamo questa maledettissima lingua che (e credo di parlare sempre a nome di tutti e quattro) non ha ancora smesso di affascinarci. La Cina ha ancora molto da insegnare, io ho ancora molto da imparare, e così la Cina ha ancora da imparare cose che noi possiamo aiutare a far capire al Colosso dell’Economia, come qual è la differenza tra la lettera “p” e la lettera “b” nella parola “crap”, perché io di mangiare “steamed crap” non è che ne abbia tanta voglia, sarò schizzinoso io, però… Sarà un piatto tipico, chissà.

I genitori, prima di partire, mi dissero: “sai che vai in un posto tanto lontano da qui? Non sai cosa aspettarti.” Il fatto è che quando vai in un posto diverso, che sia dall’altra parte del mondo come in Cina, o in un luogo che ormai reputi vicino a casa come la Germania, o in un luogo che vattelappesca dove diamine si trovi, o chissà se esiste o meno come il Molise, non devi aspettarti nulla, non devi chiederti che troverai o meno, perché è tutta fuffa; un luogo lo devi vivere per poter dire di aspettarti qualcosa quando ci tornerai, se ci tornerai un giorno.

Tre settimane sono poche, e per me sono volate troppo in fretta (ci hanno messo davvero poco, fai all’incirca 11 ore da Beijin a Milano. Badum tsss), e ne farei altrettante all’istante (tre settimane, non 11 ore) perché un posto distante ha sempre molto da dire e poche persone che lo ascoltino. Ma il viaggio non è finito. Sono sicuro che ci torneremo un giorno, presto o tardi, tutti e quattro…

Sì però non vale che Corra si faccia sei mesi in Cina eh!

-Ludo

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